scritto daComitato


Condividiamo l’accorato appello delle Donne Pensionate dello SPI Lombardia

Non possiamo non sposare le parole di Azar Nafisi, l’autrice di Leggere Lolita a Teheran, sull’esecuzione di Reyhaneh Jabbari, “giustiziata” dopo la mezzanotte di sabato scorso dal regime iraniano.
“Le donne, come le minoranze religiose, come i giovani istruiti, sono viste come un pericolo. Il livello di libertà di cui godono le donne in ogni paese dà la misura del livello di civilizzazione di una società”, dice Nafisi.

Tutto il mondo si era mobilitato a favore di questa ragazza che, arrestata sette anni fa quando aveva solo 19 anni, ha affrontato il patibolo pur di non ritrattare la sua versione dei fatti: aver ucciso Morteza Abdolali Sarbandi per difendersi dal tentativo di stupro. In Iran giustizia dello Stato e vendetta privata sembrano non disgiungersi: a fronte di un dubbio processo, messo in discussione da più parti, lo Stato ha comunque scelto di giustiziare la ragazza proprio perché si rifiutava di ritirare la sua accusa di stupro come richiedeva la famiglia di Sarbandi. E con raccapriccio abbiamo anche dovuto leggere che è stato lo stesso figlio della vittima a togliere lo sgabello da sotto i piedi di Reyhaneh.

La teocrazia iraniana colpisce le donne e i giovani proprio perché rappresentano per lei il pericolo più grande. Una settimana fa il Majlis, il parlamento iraniano, ha approvato a maggioranza una legge che incita i cittadini a denunciare e correggere i comportamenti meno appropriati alla legge islamica. Questo vorrà dire assistere a una nuova ondata di denunce contro le donne perché qualche ben pensante troverà sempre che hanno una ciocca di capelli che fuoriesce dal velo o il chador indossato non copre tutto quel che deve.

Vorremmo ricordare che pochi giorni fa a Isfahan delle giovani sono state attaccate con l’acido perché non indossavano il velo correttamente: una è morta, un’altra ha perso la vista.
Vorremmo ricordare che in carcere a Teheran c’è Ghonchen Ghavami, che sta facendo lo sciopero della fame. Era stata arrestata in giugno perché voleva vedere allo stadio una partita di pallavolo maschile. Cosa vietata alle donne.
Vorremmo ricordare che dall’agosto 2013 sono state giustiziate 967 persone, mentre le carceri pullulano di migliaia giovani, donne e giornalisti.

Vorremmo invitarvi a esporre una foto di Reyhaneh in tutte le manifestazioni che terremo nella giornata internazionale contro la violenza sulle donne, facendola diventare simbolo della violenza contro la dignità e i diritti delle persone. Una violenza che può essere perpetrata anche dallo Stato.

Per il Coordinamento donne Spi Lombardia
Carolina Perfetti – Erica Ardenti

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Egregio Direttore,

il ministro dell’interno Alfano ha inviato una circolare ai prefetti sul divieto di trascrizione nei registri dello stato civile dei matrimoni tra persone dello stesso sesso.
A parte il potere attribuito al prefetto di sostituirsi al sindaco quale ufficiale di governo, vogliamo provare a ragionare da europei e ad assolvere come governo agli obblighi internazionali – e soprattutto comunitari – a tutela delle coppie e delle famiglie che vivono in Italia e che sarebbero così private della loro dimensione di vita più importante?
Il riconoscimento giuridico di queste unioni si va estendendo in Europa, in varie forme, senza traumi,con una crescente accettazione sociale e con un’attribuzione di diritti sempre più larga.
La carta dei diritti fondamentali dell’unione europea, proclamata a Nizza nel dicembre 2000 e inserita nel progetto di Trattato costituzionale, recita all’art. 21 che “è vietata qualsiasi discriminazione fondata, oltre che sul sesso, sulla razza, sulla religione, sulla lingua, sulle opinioni, sul patrimonio, sull’handicap, sulle caratteristiche genetiche, sulle tendenze sessuali” e, prima ancora, all’art. 9 non vieta né impone la concessione dello statuto matrimoniale a unioni tra persone dello stesso sesso.
Non solo, riconosce formalmente due diritti distinti – di sposarsi e di costituire una famiglia – riconoscendo, non solo forme familiari diverse da quella fondata sul matrimonio, ma soprattutto l’equiordinazione di esse, nel senso che le altre unioni non possono più essere considerate come regime eccezionale e derogatorio rispetto a quello matrimoniale.
Nel quadro costituzionale europeo esistono, dunque, due categorie di unioni destinate a regolare i rapporti di vita tra le persone, con analoga rilevanza giuridica e medesima dignità.
I sindaci, riconoscendole, non violano alcun principio costituzionale; al contrario violazione vi sarebbe, se si invocasse un’invalicabile ragione di principio, come fa Alfano.
Quando si tratta di diritti fondamentali della persona, il riconoscimento è istanza morale prima che garanzia costituzionale, da qui passa quell’incivilimento di cui abbiamo bisogno e che mette radici nei fatti che appartengono alla nostra vita quotidiana e che, per questa ragione, esigono rispetto e misura dalla politica.
Non esiste peccato quando si è nei dintorni dell’amore, quando si scrive un patto di affetto, di solidarietà, di condivisione e di futuro.
Una pausa di silenzio, che apre al pensiero; l’umiltà di alzare lo sguardo su chi ci sta vicino; il coraggio di avere tenerezza, in questo nostro Paese stremato, impoverito, spaventato, precarizzato, abbandonato possono fare bene e costruire autorevolezza di governo.”

Brescia, 8 ottobre 2014

f.to Donatella Albini
Capogruppo Gruppo Consiliare
“Al Lavoro con Brescia”

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L’ACCOGLIENZA A CASA NOSTRA


scritto da il Ott 8, 2014

L’associazione “Puerto Escondido” ha cominciato ad ospitare nella sede della Fondazione Piccini di Calvagese un gruppo di ragazzi provenienti dall’Africa Sub-Sahariana sbarcati pochi giorni fa ad Augusta, dopo un rischiosissimo viaggio nel mediterraneo e prima nel deserto del Sahara. Sono ragazzi scappati dal loro paese di origine per evitare di essere vittime di persecuzioni e di violenze e non solo, che all’Italia chiedono protezione.

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Brescia, 18 settembre 2014

Con l’approvazione del decreto “Sblocca Italia”, all’inceneritore di Brescia giungeranno rifiuti da ogni parte del Paese, qualora l’impianto sia considerato – come risulta evidente – parte di un sistema integrato a livello nazionale. Un altro elemento che desta forte preoccupazione e che appare inaccettabile consiste nel fatto che, per effetto del medesimo decreto, verrebbe aumentata la capacità di utilizzo dell’inceneritore al massimo delle sue potenzialità, conformemente a quanto richiesto dalla stessa A2A.
Tale “concessione” si può, infatti, evincere dall’art. 35 del c.d. “Sblocca Italia”, ai sensi del quale “Tutti gli impianti, sia esistenti che da realizzare, devono essere autorizzati a saturazione del carico termico, come previsto dall’art. 15 del D. Lgs. 4 marzo 2014 n. 46. Entro 60 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto, per gli impianti esistenti, le Autorità competenti provvedono ad adeguare le autorizzazioni integrate ambientali”.
In assenza di modifiche della disposizione citata, assisteremmo al triste epilogo di politiche errate e insensate in tema di gestione del ciclo dei rifiuti, finalizzate unicamente al perseguimento di profitti economici e realizzate a scapito della salute dei cittadini. Attraverso tale disposizione verrebbero di fatto legittimate implicite scelte compiute da Regione Lombardia e da A2A negli ultimi anni, corrette – anche se solo parzialmente – dal rinnovo dell’Autorizzazione Integrata Ambientale dello scorso febbraio. Un atto, quest’ultimo, con il quale già purtroppo si prevedeva che l’eventuale riduzione dei rifiuti urbani da destinare all’inceneritore fosse compensata dal conferimento al medesimo di rifiuti speciali provenienti da fuori Provincia.
Alla luce di tali considerazioni, il gruppo consiliare “Al lavoro con Brescia” auspica una tempestiva revisione – in sede di conversione in legge del decreto – dell’art. 35, necessaria affinché possa essere mantenuto l’impegno, assunto dall’Amministrazione Comunale di centro-sinistra, di abbandonare la centralità dell’incenerimento e di ridefinire il ruolo di A2A, per promuovere una corretta gestione del ciclo dei rifiuti rispettosa degli equilibri ambientali e della salute dei cittadini.

 

f.to Donatella Albini

f.to Francesca Parmigiani

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Non da mesi ma da anni siamo circondati dalla guerra, dalla fame e dalla miseria determinate anche dalle emergenze climatiche che spingono migliaia di persone ad affrontare viaggi terrificanti in cerca di un futuro possibile.
Negli ultimi sei mesi nel nostro mare sono annegate più di 1900 persone, secondo i dati  forniti  dall’ UNHCR ( Agenzia dell’Onu che si occupa di rifugiati).
Non sono corpi appellati con aggettivazioni varie, ma persone (bambini, donne e uomini in carne ed ossa) richiedenti una qualche forma di protezione come previsto dalle Convenzione di Ginevra del 1951 e dalla normativa dell’Unione Europea.
Il nostro paese è per forza di cose protagonista di questo fenomeno globale e locale delle migrazioni forzate.
Di fronte a questo strazio alcuni non trovano di meglio che scatenare paure ed istinti primitivi di difesa, utilizzando linguaggi ignobili (respingere in mare, affondare i barconi ….). Si parla di sbarchi come se fossero eserciti di colonizzatori, piuttosto che persone disperate salvate in mare, vittime di guerre, persecuzioni e scafisti.

Le cifre sono importanti, ma sono congrue rispetto all’odierno contesto geopolitico dal quale queste  persone provengono.

Numeri importanti che richiedono una gestione ben organizzata, interna ed europea, del fenomeno e richiedono nel contempo un’organizzazione efficiente dell’accoglienza, facendo tesoro dell’esperienza di questi anni per  accompagnare queste persone verso la valutazione della loro richiesta di protezione internazionale.

Le operazioni di salvataggio in mare (Mare Nostrum) rischiano di essere sostituite da operazioni che hanno il carattere del respingimento (Frontex Plus ).
Al di là dei nomi e del rimpallarsi delle responsabilità, registriamo il pericolo concreto di un arretramento nelle pratiche dell’accoglienza, di  una sottovalutazione della portata epocale e non riducibile del fenomeno migratorio, così come  della necessità di garantire protezione a chi scappa da contesti in cui il valore della vita ha raggiunto i minimi storici.
E’ ovvio che l’impatto dell’accoglienza non può gravare solo sulle regioni meridionali ed ogni regione italiana è chiamata per doveri costituzionali a fare la propria parte. Più volte l’ANCI (Associazione Nazionale Comuni Italiani) ha sostenuto che è necessario puntare sull’implementazione del sistema di accoglienza dello SPRAR (Servizio Protezione Richiedenti Asilo e Rifugiati finanziato dal Ministero dell’Interno) per fare fronte all’emergenza, capace di garantire consolidati standard di qualità dell’intervento grazie anche all’esperienza maturata negli anni, mentre il Ministero dell’Interno ha optato affinchè venisse istituito un percorso di accoglienza “parallelo”, da costruire ex novo.

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