Marco Fenaroli


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Postiamo, qui, l’intervista biografica raccolta nella primavera del 2013, prima delle “primarie” per scegliere il candidato sindaco del centro-sinistra a Brescia. L’esito di quel confronto è noto, come delle successive elezioni amministrative che hanno sancito la secca sconfitta della destra e la formazione della nuova giunta comunale, nella quale M. Fenaroli è divenuto assessore con deleghe significative. 
Riteniamo che la scelta di riproporre quel colloquio – intatto – possa permettere qualche fondato giudizio sulla coerenza politica e culturale del biografato.

CHI E’ MARCO FENAROLI? [Intervista a cura di Giambi Tirelli]

– Cominciamo come si fa in ogni intervista con pretese biografiche: sei nato a Brescia vero? Se non erro, usando la tua stessa abituale ironia, era l’esatta metà del secolo scorso.

Proprio così. Come si usa dire: sono venuto alla luce, a Brescia, il 10 novembre 1950. La mia vita, e gli impegni che l’hanno arricchita, è stata tutt’uno con quella della città cui voglio bene.

– Questo amore per la città te lo ha pubblicamente riconosciuto persino l’attuale sindaco.

Al di là della rivalità politica la cosa mi ha fatto piacere, lo ammetto. Sarà che di Brescia conosco strade e persone, pregi e difetti, egoismi e generosità, agiatezze e povertà sia evidenti che nascoste. Qui sono stato cresciuto da genitori che hanno testimoniato i valori fondamentali di solidarietà, onestà e impegno civile.

– Tuo padre Battista – a proposito d’impegno civile – fu artefice di una significativa esperienza amministrativa in giunte di Bruno Boni.

Sì. Dal 1965 al 1975 ebbe varie deleghe assessorili. In particolare gestì, con vera apertura intellettuale, la fase di formazione e affermazione dei Consigli di quartiere: vicenda democratica eccezionale, nella quale anch’io profusi giovanili energie, a volte in polemica con… l’assessore. Su quell’esperienza contribuii a svolgere alcune riflessioni che credo sarebbe utile riprendere e attualizzare. Forse in qualche scaffale sta ancora un libretto pubblicato nel 1978 – lo scrivemmo a quattro mani io e Maurilio Lovatti – dal titolo “Governare la città” e il cui sottotitolo, assai più rivelatore del contenuto, recita “Movimento dei quartieri e forze politiche a Brescia 1967-77”.

– Com’è entrato lo studio nella tua formazione?

Ho conseguito l’abilitazione magistrale nel 1968, nel clima effervescente creato dalle simultanee lotte per il rinnovamento della scuola e dei rapporti di forza sindacali e politici, nonché dalle speranze suscitate dal Concilio Vaticano 2°. Venne da tale atmosfera, oltre che dal bisogno di trovare un lavoro, l’irresistibile spinta a interrompere il percorso scolastico istituzionale. Passai dall’interesse laico per gli studi teologici all’impegno diretto nei movimenti di “liberazione” (metterai le virgolette alla parola liberazione, vero?). Non fu casuale l’ammirazione mai cessata per Simone Weil, per la sua ricerca di condivisione reale della condizione degli oppressi, per la sua volontà di testimoniare la continuità di pensiero e pratica (mistica che agisce). Insomma: della mia formazione intellettuale, più della scuola, dicono le variegate letture di allora. Vi trovavano posto gli autori della sinistra antistalinista, Rosa Luxemburg e, d’altro lato, quelli che reclamavano e testimoniavano la necessità del rinnovamento ecclesiale. Per tutti, di questi, ricordo Primo Mazzolari, sacerdote resistente, testimone della chiesa dei poveri. Posso ben dire che la sua è “la parola che non passa”.

– Hai citato, dimmi se sbaglio, l’opera di Don Mazzolari tesa a dare del cristianesimo un’idea diversa da quella offerta dall’immagine storica?

Non sbagli. I suoi scritti continuano a interrogare le coscienze.

– Di quel tempo aperto alle speranze e all’azione innovatrice c’è un momento particolarmente significativo da ricordare?

Non è facile evocare un avvenimento emblematico, rappresentativo di una temperie culturale e spirituale feconda. Uno di questi, però, potrebbe essere la partecipazione alla spedizione d’aiuto alle popolazioni del Biellese colpite da un’alluvione tanto catastrofica quanto poco ricordata. Era il novembre del 1968. Anche da Brescia partirono squadre di studenti e lavoratori, ragazze e ragazzi, uniti da un generoso comune slancio che favorì anche la formazione di amicizie durature. Si ripeteva il dramma vissuto solo due anni prima da Firenze. Di nuovo si parlò di angeli del fango. Con analoghi avvenimenti, non solo fatali, continuiamo purtroppo a fare i conti. Quante vite e risorse colpevolmente dissipate, per colpa di dissennate politiche territoriali che nemmeno ora trovano adeguata correzione…

– Dunque entrasti abbastanza presto nel mondo del lavoro?

Sì, anche se non presto come molti coetanei che non hanno compiuto gli studi superiori. La mia prima esperienza lavorativa è del 1969: telefonista presso l’allora Società Italiana Per l’esercizio telefonico (SIP). Esperienza certo poco paragonabile a quella precaria e spesso umiliante dei giovani che oggi faticano nei call center. Ho poi lavorato in Banca San Paolo, dal 1970 al 1976. Lì mi sono dedicato all’attività sindacale volontaria e, dal 1972, ho fatto parte della segreteria dei bancari della CGIL.

– Ci tieni a sottolineare la volontarietà di quel tuo impegno sindacale.

No, è un dato con significato generale. La forza dei sindacati e dei partiti è destinata ad esaurirsi se non attingono al gratuito, appassionato, sostegno dei militanti. Tutte le attuali organizzazioni popolari, quelle politiche per prime, dovrebbero averlo chiaro.

– La passione per la battaglia culturale e politica è stata precoce, e ancora non ti lascia.

Sì. Ricordo i confronti pubblici promossi con gli amici del “Gruppo di impegno politico” del Violino. Eravamo ragazze e ragazzi agguerriti, entusiasti. Constato che nessuno ha perso per strada gli ideali di gioventù. Molti di essi mi accompagnano nell’avventura che ho intrapreso per dare una nuova guida a Brescia, che chiuda il brutto capitolo della giunta di destra. È di quel periodo l’incontro, tramite il fratello Pino, con Pierluigi Murgioni, il fervente missionario che andò a testimoniare, a caro prezzo, l’anelito di giustizia in America latina. Pure rammento il passo, sentito come il primo pienamente politico, che mi portò, con altri giovanissimi, nel Psiup bresciano. Poi, nel ’72, partecipai alla confluenza collettiva nel PCI.

– Da un nota biografica pubblica traggo che il lavoro politico di base lo continuasti, dal 1973, come Segretario di sezione del PCI di Borgo Trento. Sembra che per te, però, arrivi alla fine del 1976 la svolta.

Da lì cominciò l’immersione totalizzante nella politica. Accettai di lasciare il “posto sicuro” in banca, allora ambìto, per diventare funzionario del PCI cittadino. Non vissi come sacrificio quella scelta. Tuttavia sbagliano, voglio dirlo, coloro che vedono in ciò un passaggio materialmente vantaggioso.

– Dal 1979 al 1982 sei stato segretario cittadino, quindi responsabile dei “Ceti Medi” del PCI regionale lombardo. Insomma, hai ampliato le competenze e ti sei interessato anche del mondo del lavoro non dipendente.

Se vuoi puoi qui leggere qualcosa della non banale sapienza di quel partito, innanzitutto operaio ma con una visione generale, nazionale, della società. Del suo gruppo dirigente, d’alto livello, mi convinceva in particolare Giorgio Amendola. A questo punto credo però necessario mettere in risalto – la sua importanza formativa è stata grande – la mia partecipazione alla vicenda istituzionale bresciana. Ho già detto della stagione, a tratti esaltante, dei Consigli di Quartiere (avrai capito che, per me, sono da rifare). Dal 1975 al 1984 sono stato, “con disciplina ed onore”, in Consiglio comunale. Ho avuto la possibilità, lì, di avere una visione più acuta dei problemi della città e di chi la vive (non solo i residenti). Lì ho apprezzato il valore del confronto aperto, anche duro, finalizzato a risolverli quei problemi, non solo ad agitarli con demagogia. Quante scintille, dall’opposizione, con Cesare Trebeschi! Non c’è retorica nel dire che l’idea di servire la città, tuttavia, accomunava. Continuo a ritenere Cesare “il mio sindaco”.

– Nel 1984 passasti al sindacato. Fu l’inizio della tappa più lunga, e penso più rilevante, del tuo percorso professionale. Prima responsabile della Camera del Lavoro di Garda, Valle Sabbia ed Alto Mantovano, poi nella segreteria della CGIL bresciana.

In CGIL mi occupai di questioni la cui rilevanza è via via cresciuta. Adesso sono certamente fra quelle che reclamano straordinarie attenzioni. Mi riferisco agli immigrati e alla necessità di difendere e rinnovare lo Stato Sociale. Feci i conti, negli anni ’80, con la radicale ristrutturazione del sistema industriale e il suo portato di licenziamenti e chiusure aziendali. Diressi poi il sindacato dei pensionati. Infine mi fu affidata la segreteria generale della Camera del Lavoro. Vado fiero d’avere avuto incarichi nel sindacato che s’è giovato dell’intelligenza, mai abbastanza apprezzata, di Bruno Trentin. Sono in pensione dal 2010 ma il mondo del lavoro, dei lavoratori e delle lavoratrici, rimane fra i miei principali interessi.

– In pensione? Proprio non mi risulta!

Capisco che intendi. Sono tornato agli impegni volontari. Ho accettato la presidenza dell’ANPI provinciale (Associazione Nazionale Partigiani d’Italia) per dare un contributo alla battaglia tesa a mantenere vivi i valori della Resistenza, cioè per difendere e rendere operanti i princìpi sanciti dalla nostra bella Costituzione, mai sotto attacco come negli ultimi anni. Mi sono doverosamente dimesso dall’incarico, a tutela dell’autonomia dell’Associazione, subito dopo aver accettato la sollecitazione, di non pochi amici e compagni, a rimettermi in gioco nella contesa politica amministrativa. Ora collaboro con la Caritas del centro storico e da questo osservatorio ben vedo le sofferenze cui la città tutta, e dunque la politica, dovrebbero senza indugio e prioritariamente far fronte.

– Spero che questo nostro colloquio dia un’idea di chi è Marco Fenaroli e cosa sia per lui la politica. Permettimi di chiuderlo rilevando che i cardini del programma che proporrai ai bresciani è, tutto sommato, deducibile dalle risposte che mi hai dato: dalla tua biografia. È, peraltro, quanto hai fatto scrivere nella sede del Comitato “Al lavoro con Brescia”. Chi vi passa davanti, all’inizio di Corso Mameli, dalle vetrine lo può leggere sulle pareti significativamente in arancione. Sintetizzo così: la Costituzione come stella polare; rilancio democratico del Comune; attenzione prioritaria al lavoro e agli “ultimi”; questione ambientale come asse strategico delle scelte pubbliche; “gratuità” dell’impegno civico (qualcosa di più dell’abusato “spirito di servizio”). Nemmeno ho bisogno di proporti il giochino del Pantheon. Hai rivelato le tue fonti, invero eclettiche: Weil, Luxemburg, Mazzolari, Amendola, Trentin…

La sintesi per i nostri trenta lettori, va bene. Rinviamo ad altre sedi il suo necessario sviluppo.